giovedì, 07 giugno 2007,13:01

In poche occasioni avrei desiderato nascere donna.
Stamattina è capitato mentre mi recavo al lavoro.
Per l’esattezza nel preciso istante in cui la gentile signora con la Panda rossa che mi precedeva ha pensato bene di fermarsi con il semaforo verde per Iddio solo sa quale motivo.
Ora, non è che posso puntare la sveglia 5 minuti prima nell’eventualità che un’enorme bagascia daltonica con il ciclo scombinato si lasci morire per strada proprio mentre passa il sottoscritto.
Facendo appello a tutta la comprensione di cui sono capace alle 7.58 di mattina mi sono limitato a piantarle 4 secondi di clacson nelle trombe di Eustachio.
Un comportamento da vero galantuomo, converrete.
Tuttavia l’ingrata, senza dubbio alcuno fresca di fuga da un ospedale psichiatrico durante il T.S.O. mattutino, ha diabolicamente perseverato nella sua condotta dissennata girandosi verso di me con aria minacciosa.
Preoccupato che il messaggio principe non fosse giunto a buon fine, mi sono sentito in dovere di abbassare il finestrino e ripassare insieme alla sciagurata l’ABC del Codice della Strada: "Se la prossima volta per fermarsi all’incrocio aspetta che il semaforo diventi rosso tutta la fila le sarà grata, signora!"
Lungi dall’apprezzare l’utilizzo (del tutto ingiustificato) della forma di cortesia nell’apostrofarla, la turpe donna ha sbottato in una sequenza di frasi sconnesse opportunamente smorzate dal vetro e culminate nella spudorata esibizione del dito medio.
La vena, che già pulsava oltre il lecito, si è occlusa senza rimedio.
E’ in momenti simili, dunque, che rimpiango di avere ereditato ‘sto cazzo di ultimo cromosoma y, perché diversamente afferravo la succhiacazzi per i capelli, le facevo attraversare il finestrino e la prendevo a tacchi in bocca in un modo che Quentin Tarantino mi ci faceva una sega.
Buona giornata.
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domenica, 27 agosto 2006,01:29
La passeggiata di Sin City è frequentata, ormai da anni, da una bizzarra tipologia di commerciante abusivo che risponde alla generica definizione di “venditore ambulante di rose”.
Gli appartenenti a questa singolare famiglia, in costante espansione, possono essere facilmente riconosciuti grazie ad una serie di caratteristiche inconfondibili.
Il venditore ambulante di rose è innanzitutto rigorosamente di nazionalità cingalese o pakistana (il selezionatore del personale dev’essere evidentemente originario di quelle parti).
Altro dettaglio tipico è la camicia, solitamente a righe e ben stirata, che rappresenta l’uniforme di lavoro del nostro amico.
Il venditore ambulante di rose reca in mano, per l’appunto, un mazzo di rose (ovviamente rosse) di pessimo aspetto e in odore di sfioritura imminente, troncate alla bell’e meglio da Dio solo sa quale roseto.
Completa il kit del venditore ambulante di rose una pachidermica macchina fotografica appesa al collo per immortalare romantiche istantanee di incauti avventori innamorati.
Il venditore ambulante di rose, infatti, suole individuare nei clienti di bar e ristoranti le sue vittime preferite.
Un’ulteriore caratteristica del simpatico venditore è la scarsa confidenza con la lingua italiana; le uniche parole conosciute sono all’incirca 5 e per l’esattezza: ”bella ragazza compra rosa fortuna” pronunciate in ordine variabile.
Ogni tentativo di spiegare all’intraprendente soggetto che regalare rose è un tantino demodè e che in ogni caso tale attività mal si concilia con una cenetta intima o una bevuta in compagnia è destinato a cadere nel vuoto.
Del tutto sconosciuta, infatti, appare la locuzione “No, grazie”, che nell’idioma cingalese pare si traduca più o meno: “La tua presenza al nostro tavolo è estremamente gradita”.
Per allontanare il solerte venditore ambulante di rose, la cui insistenza farebbe perdere le staffe anche a Gandhi, esistono al momento soltanto quattro soluzioni ufficialmente riconosciute dalla comunità scientifica (se ne conoscete qualcun’altra siete pregati di farmelo sapere, provvederò ad aggiornare il post):
 
1)    Comprare tutto il mazzo di rose a prezzo forfettario;
2)    Minacciare fisicamente il venditore ambulante di rose;
3)    Premunirsi di rosa rossa (anche finta) portata da casa, per mostrare di aver già pagato pegno al racket dei rosivendoli;
4)    Estrarre di tasca una Polaroid ed iniziare ad immortalare il venditore, possibilmente avendo cura di accecarlo con il flash, e pubblicare le foto sul vostro blog.
 
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mercoledì, 12 luglio 2006,20:11

Era da qualche tempo che le vedevo passare sul muretto del giardino.

Tutte in fila, così indaffarate, così operose.

Una colonia di formiche è un perfetto mondo in miniatura e noi umani abbiamo tanto da imparare da loro.

Ogni formica sa perfettamente cosa fare e lo fa, senza tante invidie o mugugni. 

Sa stare al proprio posto, modera le proprie ambizioni, offre il proprio contributo alla causa comune ed è grazie a ciò che la comunità formichèa prospera e si fortifica.

Ma il luogo più affascinante è senza dubbio il formicaio, dove tutte le risorse vengono raccolte ed equamente divise. Un tortuoso labirinto dove le formichine, in splendida armonia, trovano rifugio e possono dedicarsi in santa pace alle loro attività preferite.

Individuare il formicaio non è difficile, basta seguire la fila.

Che curioso che sono… Quando scendono dal muretto però si confondono tra l’erba, non è facile seguirle. Decido di puntarne una e vedere dove va.

Che carina, scompare proprio sotto la porta finestra della mia camera da lett…

Che cosa?!? Camera da letto?!? Un brivido gelato mi sale lungo la schiena.

Alzo uno dei mattoncini che separano il davanzale della camera dal giardino e i miei dubbi più orrendi trovano immediata conferma.

Mi trovo davanti un enorme ammasso nero di insetti brulicanti che corrono dappertutto.

Mentre rimugino sul da farsi inizio a calpestarle a più non posso, ma mi trovo in chiara inferiorità numerica.

Prendono presto il sopravvento. Mi assalgono, una squadra si arrampica su di me come diversivo. Nel frattempo un’altra task-force si occupa di trasferire le uova in un luogo più sicuro.

Ne sanno a pacchi di tattica, lo sapevo.

Non ero preparato ad affrontarle e la situazione mi sta sfuggendo di mano.

Loro invece hanno pianificato tutto meticolosamente e curato l’operazione nei minimi dettagli, è evidente.

Chissà da quanto tempo tramavano alle mie spalle.

Luride troie.

Prima che il piano di evacuazione si concluda ho un lampo di genio.

Finalmente lo spirito di sopravvivenza viene in mio soccorso e decido di passare al contrattacco.

Entro in casa e loro pure, addosso a me.

Ne esco poco dopo munito di aspirapolvere.

Ma ad averceli avrei usato il napalm, il gas nervino… La bomba atomica.

Tutto pur di sterminare ‘ste bastarde formicolanti.

Punto la bocca dell’aspirapolvere sul portale del formicaio.

Non cantate più ora, eh?

Decine, centinaia, migliaia di merdose insette antennute risucchiate in pochi minuti nel panciuto sacco del bidone aspiratutto.

Ah, musica per le mie orecchie.

Le vedo sparire, dissolversi nel nulla. Ma non è ancora il momento di cantare vittoria.

C’è un ultimo conto da saldare.

Vado a cercare le uova, nemiche di domani.

Mattone dopo mattone le trovo, finalmente, attorniate da formiche badesse che se potessero parlare offrirebbero volentieri la resa.

Troppo tardi.

Ormai la soluzione finale è cominciata e va portata a termine.

Per cancellare ogni traccia di quell’olocausto in miniatura decido di estrarre il sacco dal ventre del fido aspirapolvere e darlo alle fiamme.

Il campo di battaglia è finalmente deserto, le formiche sparite.

Ne ho risparmiata soltanto una (un esemplare maschio: non sia mai che gli salti in mente di riprodursi) perché sparga la voce che il prossimo formicaio sarà meglio farlo nel giardino di fronte.

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mercoledì, 05 luglio 2006,02:14

Ma il tripudio vero e proprio deve ancora arrivare.

A breve, infatti, la nazionale italiota affronterà la squadra rivelazione del torneo, approdata chissà come ai quarti di finale.

La sorprendente Ucraina, capitanata dal guizzante Shevchenko, è sostenuta dal caloroso supporto di decine di badanti.

Il culmine del pathos è raggiunto durante l’esecuzione dell’inno di Mameli, unico momento dell’anno in cui affiora alla mente, come per magia, il pensiero che essere Italiani in fondo non è poi così male.

La tensione in realtà dura poco: esattamente fino al 6’ del primo tempo, quando dal piedone di Zambrotta parte un rasoterra che va ad incunearsi tra palo e portiere.

Il resto è ordinaria amministrazione, con gli Azzurri che fanno accademia ed il ct ucraino che si interroga sulle contromosse da adottare per impensierire la squadra di Trapattoni.   

Evidentemente senza trovare alcuna risposta, anche perché dall’italica panchina il culo del Trap si è alzato diversi annetti fa.

Nella ripresa l’Ucraina tenta qualche affondo, ma Gigi Buffon para l’impossibile anche a costo di tatuarsi sulla scatola cranica la base del palo.

Evidentemente aveva scommesso con qualche book-maker on line che col cazzo che gli facevano gol.

E’ il canto del cigno: il contrattacco ucraino si spegne immantinente e di lì a poco il buon Luca Toni mette in saccoccia la palla e il risultato nel tripudio generale.

Al terzo gol del marcantonio azzurro la folla esplode.

Tutti si abbracciano animati da gioia autentica e qualche mano birichina cede alla tentazione di una palpata furtiva approfittando dell’euforia generale.

Triplice fischio, pronti, via! Tutti alla rotonda a festeggiare con i mezzi più improbabili, nel modo più assordante possibile.

Icona del trionfo è senz’ombra di dubbio il Toni nazionale, mattatore della serata.

E se chiudi gli occhi lo vedi anche tu mentre corre felice ad abbracciare i compagni sfrugugliadosi il padiglione auricolare.

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sabato, 01 luglio 2006,19:42

 

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In occasione dei Mondiali di calcio il sindaco di Sin City, colto da un impeto di benevolenza verso la plebe, ha fatto allestire un maxi-schermo al porto per seguire le partite.

In buona sostanza una versione riveduta e corretta del “panem et circenses” con cui venivano ammansiti gli antichi romani.

Con alcune sostanziali differenze, tuttavia.

Una su tutte la densità impressionante di fighe che bazzicano attorno all’ anfiteatro post-moderno.

L’apoteosi si tocca durante il match Germania-Argentina. E’ tutto un tripudio di chiappe bianco-celesti che danzano a ritmi sudamericani, un florilegio di tette giallo-rosso-nere che ballonzolano a destra e sinistra.

Di fronte a cotanto spettacolo le gesta dei gladiatori pedestri passano presto in secondo piano.

E così vantaggio di Ayala, argentini in delirio, ma chi è quella figliola castana tutta abbronzata con gli occhiali scuri, i Tedeschi che non si rassegnano, sì pero cazzo potrebbero stare anche seduti, come si dice seduti in crucco? Ah, sì… Sitzt! Capìt? Sennò kaputt! Eh, manco po’ cazz… Ma chi l’ha detto che sono disciplinati, questi… Crespo esausto viene sostituito, mancano dieci minuti alla fine ma la Tedeschia ci crede ancora, l’Argentina si chiude… Attenzione… Germania in avanti… Palla in area… Sbuca Klose che batte a rete… Gooooooll!!! Si va ai supplementari, bene… Così anche supplemento di fighe. Non so per chi tenere. W l’Argentina. W la Germania. W la figa. Si va ai rigori. Seduti, cazzo! Come si dice seduti in teutonico? E in argentino? Ah, è spagnolo, non argentino? Mi alzo in piedi anch’io, fanculo. Una biondina con la bandiera deutschlandese di fianco a me parla in spagnolo… O argentino? Boh! Che sia un’infiltrata? Per confondere le idee parlo in ucraino, non si sa mai. Come si dice seduto in tedesco? Mi rialzo. Ah, ero già in piedi? Mi risiedo. Non si vede una ceppa di minchia. Bello però quel bikini germanico che si agita davanti a me con una tettona dentro. Come si dice togli in tedesco? No, non devi toglierti tu, zoccola, devi togliere il bikini! Noooo… Lehmann para l’ultimo penalty, la partita è finita…

Bravi, bravi tutti! Applausi. Ed ora tutti insieme sul palco a ballare, i crucchi con l’inseparabile birretta mentre i gauchos puntano al premio di consolazione approfittando dell’euforia generale per tacchinare le vichinghe.

 

(Continua…)

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mercoledì, 14 giugno 2006,16:25

Nella scena iniziale del mai abbastanza citato cult-movie “Pulp Fiction”, Zucchino (Tim Roth) racconta a Coniglietta di una fantomatica banca rapinata grazie a un telefono cellulare.
Come spesso accade, ancora una volta la pura realtà ha surclassato la fantasia.
Pare infatti che per le strade di Sin City si aggiri un personaggio singolare, dedito alla rapina a mano disarmata.
Nel giro di 20 giorni ha svaligiato per due volte la stessa banca, alla stessa ora (10.30) e nello stesso giorno (il lunedì).
Un cliente affezionato, insomma.
Per motivi di privacy calza un passamontagna e finora ha effettuato due prelievi niente male, rispettivamente da seimila e duemila Euro.
Non è dato sapere quali argomenti abbia utilizzato per incassare il contante.
Di certo dovevano essere parecchio convincenti visto che il brav’uomo non aveva con sé una pistola, un cutter, un cacciavite a stella, una chiave a brugola…
Niente.
Nel giro di pochi minuti (dev’essere una filiale efficiente) è uscito tutto tranquillo e si è allontanato in bicicletta, probabilmente fischiettando un motivetto.
Il ciclista malandrino esercita in effetti un certo fascino romantico e rievoca alla mente immagini epiche.
Una su tutte quella di Sante Pollastro, famigerato brigante di inizio secolo, compaesano del grande Costante Girardengo nonchè suo grande ammiratore.
A differenza di quest’ultimo, tuttavia, Sante il bandito non pesta sui pedali per togliersi dalle calcagna gli avversari, bensì gli sbirri.
Così un bel giorno, mentre l’osannato Girardengo sfreccia nel velodromo di Parigi, Pollastro viene pizzicato nei pressi del traguardo beccandosi tre ergastoli.
Cent’anni dopo, a Sin City, la storia si ripete.
Stavolta però cambia il finale: il bandito l'ha fatta franca e con i soldi del bottino potrà finalmente permettersi una bici da corsa. E chissà, magari anche una pistola come tutti i banditi che si rispettino.
Sul campione, abbandonato da tutti, cala invece il sipario nella penombra di un residence.

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mercoledì, 07 giugno 2006,23:05

Ultimamente a Sin City si vive di merda.

Perfettamente in linea con la media nazionale, quindi.

Tutto costa troppo e circa un terzo di famiglie del paese non arriva alla fine del mese. Ma di guerra civile, per il momento, neanche l’ombra.

In compenso in Brasile, paese molto più avanzato del nostro, mezzo migliaio di agricoltori esasperati ed imbufaliti hanno fatto irruzione in Parlamento sfasciando tutto ciò che capitava loro a tiro.

La nota dolente è che sono stati tutti identificati e “assicurati alla giustizia”, eufemismo per indicare che dopo un percorso rieducativo a suon di randellate guariranno miracolosamente dalla tentazione di ripetere imprese del genere.

Secondo Hobbes lo Stato moderno è nato per affrancare l’uomo dalla paura.

Allo stato di natura, infatti, l’uomo si comporterebbe da lupo nei confronti degli individui più deboli.

Ma è tutto da dimostrare che non possa continuare a farlo, perdipiù a nostre spese, dagli scranni del Palazzo.

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domenica, 04 giugno 2006,21:20
Stamattina mi sono svegliato di buon’ora, animato dal fermo proposito di oziare in spiaggia per l’intera giornata ed architettare nel frattempo qualche nefandezza per la sera.
Nonostante il cielo non lasciasse presagire nulla di buono ho pensato bene di ignorare questo trascurabile dettaglio e perseverare nel mio piano.
Gli eventi mi hanno ben presto dato ragione.
Dopo un’oretta di improperi ed epiteti rivolti all’Altissimo (giusto per santificare la domenica) un pallido sole è infatti sbucato timidamente tra le nubi.
Tutto sembrava volgere al meglio.
In rapida successione ho sfilato gli indumenti superflui, inforcato gli occhiali da sole che finalmente acquisivano una qualche utilità ed estratto dallo zaino il libro scelto per l’occasione: “Io uccido”.
E’ sorprendente come Giorgio Faletti, noto ai più come mediocre cabarettista e improbabile cantante, riesca in compenso a scrivere in maniera pessima; ma di questo parleremo in un altro momento.
Mentre ero immerso in siffatte profonde considerazioni una voce esotica mi ha di colpo richiamato alla realtà: “Massaggi!”
Ho distolto per un attimo lo sguardo dal culo della mia dirimpettaia di lettino per zoomare sulla ragazza cinese che stava pattugliando l’arenile in cerca di schiene da massaggiare.
In verità, quando l’ho informata che non mi sarei fatto frizionare da lei è stata comunque sorridente e gentile. 
Peccato che nel giro di un paio d’ore abbia ricevuto una trentina di offerte identiche da parte di altrettante connazionali, tutte ugualmente sorridenti e fastidiosamente gentili.
Non c’è voluto molto prima che la mia proverbiale pazienza, seconda solo a quella del biblico Giobbe, iniziasse a tracimare.
Ben presto il titolo del libro ha assunto contorni profetici.
A propria insaputa, infatti, una moltitudine di fanciulle dagli occhi mandorlati si stava candidando a testare le mie attitudini di omicida seriale.
Alla 31esima proposta, tenuto conto che negli anni a venire il numero di aspiranti massaggiatrici crescerà in modo esponenziale, ho avuto l’illuminazione.
A settembre radunerò 2.000 volontari, meglio se zotici, maleodoranti e maneschi, per organizzare una vacanza di gruppo sulle spiagge di Shangai.
Come si dice “massaggio” in cinese?
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venerdì, 02 giugno 2006,12:07
Oggi a Sin City non si lavora: è festa nazionale.
Ci saranno manifestazioni in piazza per ricordarci quanto siamo fortunati a vivere in un paese libero e democratico.
Per essere certi che a qualche suddito distratto non passi di mente ce lo ricorderanno a passo di fanfara e colpi di grancassa.
Il centro sarà semi-deserto perché l’ipermercato, espressione massima di libertà, se ne sbatte altamente del turno di chiusura festivo.
Al gregge lobotomizzato, del resto, non par vero di potersi abbuffare all’iper-ovile anche nei giorni di festa, comprando a rate cose che non useranno mai.
Io nei giorni di festa non lavoro per principio.
Stanotte non ucciderò nessuno.
A meno che non mi attraversi la strada con il carrello della spesa.
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martedì, 30 maggio 2006,20:35

Un altro giorno sta per morire.

Un giorno come tanti, in una città come tante. La mia.

Ma potrebbe essere la tua, per quanto mi riguarda.

Un formicaio grigio dove le persone si cercano, si usano, si nascondono.

Cosa ti ha condotto fino a qui?

Da chi stai fuggendo?

Questo rifugio è sicuro, rilassati... Puoi fermarti a bere un goccio se vuoi.

Ma prima dell'alba dovrai andartene. Non c'è posto per tutti e due

e se trovano te arriveranno a me.

Sai che sarebbe un peccato, vero?

Fatti una doccia. Veglierò su di te e nessuno turberà il tuo sonno.

E lascia il tuo portafogli sul tavolo, non credo ti servirà ancora.

Buona fortuna...

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